Gianni Pittella

RAGGIUNTO CONSENSO TRA PE, CONSIGLIO E COMMISSIONE SULLA SUPERVISIONE EUROPEA DEI MERCATI

Dichiarazione di Gianni Pittella, Vice Presidente Vicario del Parlamento europeo e responsabile per il Gruppo S&D del Regolamento Esma.

"A meno di sorprese l'Ecofin di martedì confermerà l'accordo raggiunto oggi, tra Commissione europea, Parlamento e Consiglio sul pacchetto di riforma della vigilanza dei mercati finanziari. Un semaforo verde che rappresenta una tappa attesa ed importante sul cammino di rafforzamento della governance economica europea e di democratizzazione dei mercati finanziari. L'istituzione delle tre autorità di vigilanza europee e del comitato per il rischio sistemico
risponde alla necessità di portare a livello europeo la supervisione di istituzioni e strumenti finanziari che palesemente sfuggivano ad un controllo concreto da parte delle  autorità nazionali. Seppur dopo un lungo negoziato, il sigillo di oggi, che dovrà essere confermato dall'Ecofin e dalla plenaria di Strasburgo, permetterà l'applicazione della riforma già a partire dal primo gennaio 2011. Ma il pacchetto di supervisione rientra in un più ampio processo di riforma dei mercati e dell'economia dettato dalla grave crisi che vive l'Europa. Bisogna adesso andare oltre la securizzazione dei mercati ed impegnarsi già sin da subito su due punti: l'introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie ed il lancio degli Eurobond, due strumenti che permetterebbero di raccogliere le necessarie risorse per rilanciare gli investimenti e l'economia in un momento in cui le finanze pubbliche degli stati sono particolarmente magre".

 

Il nuovo Ulivo, l' impresa sociale e la riforma dei servizi pubblici

Il welfare state ha storicamente garantito l’innalzamento e la tutela del tenore di vita dei cittadini. Per lungo tempo, quindi, il sostegno all’ampliamento e poi alla difesa dell’intervento statale in diversi settori della società e del mercato è largamente coinciso con la posizione di maggiore progressismo possibile. Oggi l’ombra dei ben noti problemi economici si allunga sulla qualità e la dimensione della spesa pubblica degli stati più avanzati e accentua la crisi di questo modello. Di fronte a questa “novità” la posizione dei partiti progressisti si trova sovente stretta nelle morse della contraddizione che ha segnato l’avvento di una nuova fase: il ricorso al mercato per far fronte alle esigenze della domanda di beni e servizi essenziali rischia di essere vissuto, anche se spesso inconsciamente, come lo smantellamento di conquiste storiche, il fallimento di concezioni radicate, il cedimento di fronte alle logiche del profitto e della speculazione a lungo combattute. E d’altra parte la tutela indiscriminata del pubblico, sovente finisce per difendere inefficienze diffuse, gestioni irrazionali, spreco di risorse. Tradendo per altro quel principio di sussidiarietà, tanto evocato, che invece punterebbe proprio alla realizzazione di una welfare society molto più vicina ai bisogni reali rispetto al vecchio welfare state.

Questo nodo gordiano, tuttavia, era già stato implicitamente affrontato e sciolto dalle forze progressiste quando alla loro origine avevano culturalmente individuato nell’impresa sociale lo strumento utile a coniugare gli interessi legittimi di società e mercato. Non a caso il conservatore Cameron ha recentemente avanzato il tema, pressoché trascurato nel lunare dibattito politico italiano, di una riforma dei pubblici servizi incentrata sulla devoluzione gestionale a cooperative di settore. La proposta ha disorientato i laburisti, e alcune forze sindacali britanniche hanno accusato il politico di smantellare il settore pubblico parlando la lingua del socialismo; certo questo rischio non va sottovalutato e tuttavia accusare l’avversario di parlare la propria lingua pare una ben contraddittoria posizione politica.  Molto più autorevolmente, in ogni caso, erano stati i nostri costituenti a evidenziare la potenza di questo tipo di impresa, e non solo all’articolo 45, dove prescrivevano che la costituzione tutelava in via particolare le forme mutualistiche.

L’articolo 43, tanto significativo quanto trascurato, infatti, definisce che “a fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire … a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali”. Privato, quindi, ma sociale. Questa indicazione, aprirebbe scenari di grande dinamismo nella riforma del sofferente settore pubblico italiano; basta volerla accogliere, o almeno accettare di ragionarla. Per esempio,di fronte allo sfacelo che corrode non solo l’efficienza, ma la stessa cornice di senso della scuola italiana, avamposto di civiltà delle società contemporanee, è inspiegabile l’afasia di chi unicamente si attesta a difendere il pubblico mentre si disperdono capacità, competenze, valori, e mentre altri beneficiano delle risorse disponibili.

Ovviamente, vale per l’istruzione come per altri ambiti di possibile intervento, non si tratta di rinverdire il vecchio socialismo municipale. La vera sfida è: avvicinare i servizi pubblici essenziali ai destinatari, ed è una sfida non alla portata né dello Stato né dei grandi comuni, oggi sempre più macchine gestionali improduttive e sempre meno preziosi soggetti di amministrazione delle aspettative e delle ambizioni di una comunità. Vi è un largo settore sociale che attua in questo campo ottime pratiche che quotidianamente coprono molti degli spazi lasciati scoperti dal pubblico e risolvono problemi che questo non risolve: perché non riscoprire la vena educazionista delle forze laiche e progressiste e pensare a progetti educativi più ampi, a vere e proprie scuole che fondano interessi di docenti e discenti?

E poi; si affacciano sempre più le cosiddette “cooperative del sapere”. I professionisti del sapere sono bistrattati, e purtuttavia rappresentano un elemento dinamico della nostra società. Ordini professionali, baronie accademiche, blocchi generazionali, assenza di merito e concorrenza ne frustrano ogni giorno le ambizioni e le competenze, e indeboliscono il paese e le sue prospettive: la cooperazione sempre di più è uno strumento potenzialmente moderno per offrire a queste categorie uno strumento per sfuggire a quei blocchi attraverso un’azione nel mercato.
Infine, e qui la proposta si fa stringente, si indica un ulteriore tabù: l’acqua. Il dibattito in corso sulla privatizzazione dell’acqua stringe la sinistra moderata nell’affilata forbice fra chi promuove il ricorso al mercato come soluzione alle inefficienze del settore, e chi ne difende indiscriminatamente una gestione pubblica sovente causa di enormi diseconomie. Il tema, al contrario, potrebbe permettere di affrontare propositivamente, se non sciogliere, la contraddizione che è innanzitutto culturale, prima che politica. Fatta salva la proprietà pubblica di un bene non negoziabile, infatti, sottrarre la gestione dell’acqua alle inefficienze troppo spesso dimostrate dal pubblico, e contemporaneamente sottrarre alla speculazione privata i suoi destini, permetterebbe di conseguire risultati interessanti sul piano politico, oltreché economico.

Necessiterebbe, nel quadro indicato dal citato articolo della Costituzione, un soggetto imprenditoriale in grado di incrociare l’interesse del privato (efficienza, redditività) e quello del pubblico (proprietà diffusa, durata del servizio, economicità); a tal fine la cooperativa appare la società più indicata allo scopo perché pone l’utente, le comunità locali, gli stakeholders interessati a questo bene, nella posizione di controllore della società dei cui servizi beneficia. E’ necessario uscire dall’asfittico ambiente delle ideologie tramontate per trovare la strada di un nuovo progressismo; l’impresa sociale, da sempre riformista e di mercato, può essere uno dei veicoli.

Gianni Pittella
Vicepresidente del Parlamento Europeo

Mattia Granata
Universita' degli studi di Milano

   

GHEDDAFI: GOVERNO REAGISCA A INSULTI E SCENEGGIATE

‘’La sceneggiata di Gheddafi non ha avuto la giusta e adeguata reazione dal governo italiano che invece di rispondere fermamente agli insulti e all’ignoranza ostentata sulla realta’ europea, fondata sulla tolleranza e sul rispetto del pluralismo culturale e religioso, ha riservato un’accoglienza trionfale a un dittatore showman’’. Lo ha detto il vicepresidente vicario del Parlamento, Gianni Pittella, intervenendo alla trasmissione ‘Radio anch’io’. ‘’In nome degli affari il governo preferisce chiudere gli occhi senza curarsi del pugno di ferro con cui Gheddafi stringe il suo paese, delle torture , del trattamento inumano riservato alle donne, agli oppositori, ai migranti’’.

   

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IN EUROPA CON GIANNI

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